Circolo "Giustizia e LibertĂ " di Sassari

"Solo chi lotta è degno di libertà" [Piero Gobetti] ..... La sinistra antiautoritaria, laica e federalista di Giustizia e Libertà, del Partito d'Azione, del socialismo liberale e libertario. ..... L'unica sinistra che può rifondare la sinistra.

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giovedì, 26 novembre 2009

L'Eguale LibertĂ  secondo Bobbio. Quale ereditĂ  per la sinistra?

L’insidiosa democrazia dell’applauso. Il monito di Bobbio

A cento anni dalla nascita, Paolo Flores d’Arcais e Marco Revelli ricordano il giurista e politologo torinese.

di Paolo Flores d'Arcais e Marco Revelli, Il Fatto Quotidiano, 5 .11. 2009


PAOLO FLORES D’ARCAIS
Norberto Bobbio è sempre stato un liberale. Tu ed io veniamo invece dalla sinistra “a sinistra” del Pci. Nulla di più lontano e incompatibile, in apparenza. E invece con Bobbio il dialogo è stato più facile che con il Pci, più fecondo, al punto che ha infine messo capo, per lunghi anni, ad un comune agire. Ricordo che nella federazione giovanile del Pci, che pure era in odore di eresia, della famosa controversia tra Bobbio e Galvano della Volpe, i testi di Bobbio venivano letti quasi solo come materiali su cui si era esercitata la critica del marxista. Ci sfuggiva che invece nel liberalismo di Bobbio, nella sua coerenza gobettiana, c’era una delle chiavi per uscire a sinistra dal dogmatismo comunista, compreso lo stalinismo soft del togliattismo. Per scoprire davvero Bobbio io ho dovuto maturare prima la critica del marxismo anche nella forma delle sue più accattivanti “eresie”. Il tuo incontro con Bobbio, invece, a quando risale?

MARCO REVELLI
Nella prima metà degli anni Sessanta, quando al consiglio d’istituto del nostro liceo lo invitammo a Cuneo, per una conferenza su Benedetto Croce. Credo che il titolo esatto fosse “Croce e il liberalismo”. Può sembrare strano oggi, ma allora si trattò di un fatto di rottura. Nella Cuneo bigotta e clericale, sempre guidata da un monocolore democristiano, anche quando a Roma c’era già il centrosinistra, persino Croce faceva scandalo. L’ho poi ritrovato nel ’66, quando mi iscrissi a Giurisprudenza, a Torino, dove Bobbio insegnava Filosofia del diritto. Quell’anno teneva uno dei suoi corsi “canonici”, diciamo così, sul Giusnaturalismo moderno, da Hobbes e Locke a Rousseau, Kant, fino a Kelsen. Più che il Bobbio “politico” ho conosciuto allora il Bobbio “professore” – la figura in cui egli si è sempre maggiormente riconosciuto, quella che a mio avviso meglio lo esprime. Come “professore” ci ha insegnato il dovere del dubbio metodico nel lavoro intellettuale. Il rispetto delle posizioni dell’avversario, l’impegno a non ignorarle e neppure ridicolizzarle nel confronto, ma anzi a valorizzarle, talvolta nobilitandole, se si vuole davvero dialogare. L’arte della chiarezza. L’idea che quando il linguaggio è oscuro, fumoso, allusivo, anche il pensiero è incerto. Non c’era ancora stato il movimento studentesco, il ’68, personalmente non ero ancora a sinistra di nulla, mi guardavo attorno, ma certo Bobbio ci ha vaccinato contro le tentazioni del pensiero chiuso e del dogmatismo.

PFd’A: Bobbio è un grandissimo sistematizzatore della democrazia liberale nella sua coerenza, che non può essere piegata a usi conservatori se non sfigurandola: questa è la lezione che ci consegna attraverso la lettura dei grandi classici liberali. La coerenza dei valori su cui poggia la democrazia liberale porta infatti inevitabilmente all’impegno per l’eguaglianza, parola oggi impronunciabile persino a sinistra, e che Bobbio invece coniugherà instancabilmente come indisgiungibile dalla libertà, che altrimenti si corrompe nel privilegio. E così accadrà a Bobbio quello che è accaduto a tanti altri intellettuali liberali (non solo di matrice “azionista”, come Galante Garrone e Sylos-Labini, ma anche esplicitamente conservatrice, come Sartori o addirittura Montanelli), restando fermo sui suoi principi (per decenni bollati dal Pci come “borghesi”) si ritroverà accusato di cripto comunismo e di estremismo, diventerà il bersaglio preferito dei Galli della Loggia. Tu che hai collaborato con lui per anni, quale era il suo giudizio su questi liberali anti eguaglianza?

MR: Bobbio, più che un liberale è sempre stato un liberal-socialista, come buona parte dei militanti del Partito d’Azione. Con un maggiore accento più sul secondo termine – socialista – che sul primo. E questo perché l’Eguaglianza – che nel linguaggio “azionista” si traduceva in “Giustizia” – stava davvero al primo posto nella scala dei valori politici: si legga la splendida pagina di “Destra e sinistra” in cui Bobbio descrive la propria reazione, già nell’infanzia, di fronte allo scandalo della diseguaglianza. Il suo progetto di società giusta si basava sulla formula “Eguale libertà”, dove la libertà non può essere veramente tale, e pienamente legittimata, se non egualmente distribuita. Il suo stesso atteggiamento cauto di fronte al tripudio per il crollo del comunismo, lo dimostra: il primo pensiero fu, a caldo, su chi, e cosa, avrebbe sostituito dopo di allora quell’ideologia nell’affermazione dei diritti degli ultimi. Gli attacchi che subì, anche da parte del gruppo del Corriere, certo lo fecero assai soffrire. Ma anche in quel caso cercò di prendere sul serio le argomentazioni dell’altro. Di non liquidarle con un gesto di fastidio. E ritornò più volte sul travagliato rapporto tra liberal-socialisti e comunisti, con alterne risposte, ma sempre con la stessa conclusione: dalla lotta contro il fascismo a quella contro l’Italia della controriforma e della conservazione cieca, il motto era sempre lo stesso, “né con loro, né contro di loro”, né, possiamo aggiungere, “senza di loro”.

PFd’A: Il ’68 è stato uno dei momenti chiave, una sorta di cartina di tornasole, per molti intellettuali di sinistra. Iniziò allora, ad esempio, in odio al ’68, il progressivo spostarsi a destra di Lucio Colletti, che divenne sempre più rapido negli anni Settanta, per trasformarsi infine in un precipitare, prima craxiano e poi berlusconiano. L’anticapitalismo più radicale, perfino l’elogio leniniano della violenza (sulla scorta del marxiano “spezzare” la macchina dello Stato), andavano bene se restavano nel cielo delle dispute ideologiche, ma un movimento che cominci a contestare il potere nelle università, nelle piazze, addirittura nelle fabbriche… Molto marxismo si rivelò “marxismo della cattedra”. Del resto anche gli apocalittici anti-borghesi della scuola di Francoforte entrarono in rotta di collisione con l’azione dei Rudi Dutschke. Bobbio, che da liberale coerente ha sempre condannato ogni ipotesi di “spezzare la macchina dello Stato” e ha sempre predicato la realizzazione della Costituzione, non ha mai fatto sconti al movimento studentesco per quelli che riteneva degli errori, ma con il movimento dialogò sempre, in un senso non formale o diplomatico. Cosa ha imparato secondo te la generazione del ’68 dal suo incontro/scontro con Bobbio?

MR: Temo che la nostra generazione non abbia imparato nulla, almeno allora, né da Bobbio, né da nessun altro. Lui, invece, il dialogo lo propugnò e cercò di farlo fin dall’inizio. Il suo primo articolo sul tema, pubblicato nel gennaio del 1968 sulla rivista “Resistenza”, era intitolato significativamente “Un dialogo difficile ma necessario”. Il secondo, di marzo, più pessimista, “Arduo il dialogo con gli studenti”. Poi il rapporto peggiorò. E’ ferito e indignato soprattutto dalla dissacrazione sistematica da parte del “Movimento” di tutti i valori in cui aveva creduto: la Costituzione, la Resistenza, la democrazia rappresentativa, la sua tradizione culturale… Nel 1969 scrive un pezzo aspro, disperato. Ricordando l’amico e compagno Leone Ginzburg, annota, a proposito della libertà: “Oggi sappiamo che la libertà si può usare per il bene e per il male… La libertà si può anche sprecare. Si può sprecarla fino al punto di farla apparire inutile, un bene non necessario, anzi dannoso. E a furia di sprecarla, un giorno o l’altro (vicino? lontano?) la perderemo. Ce la toglieranno. Non sappiamo ancora chi: se coloro che abbiamo lasciato prosperare alla nostra destra o coloro che stanno crescendo tumultuosamente alla nostra sinistra. Abbiamo comunque il sospetto, alimentato da una continua severa lezione durata mezzo secolo, che la differenza non sarà molto grande”. Tuttavia non smetterà, ancora per tutti gli anni Settanta, di cercare il confronto, il dialogo, con tutte le disparate sinistre che si sono succedute e dilaniate tra loro.

PFd’A: E’ solo a metà degli anni Settanta che Bobbio diventa l’intellettuale per antonomasia, il Croce dei suoi giorni. Anche prima era stato un protagonista del confronto culturale, ho ricordato la sua controversia con Della Volpe, ancora più importante fu quella con Togliatti. Comunque una vera svolta nel peso, anche mediatico, che la sua figura eserciterà, avviene a metà degli anni Settanta, con la fase-uno della stagione craxiana. Quella caratterizzata dal “Progetto socialista”, da “Mondoperaio”, dalla duplice alternativa, alla Dc e al Pci, che ha per riferimenti politici Lombardi e Giolitti e per riferimento ideologico proprio Bobbio. L’anticomunismo come critica libertaria, o di socialismo liberale (i fratelli Rosselli), non certo come moderatismo di establishment. Poi segue il Craxismo-due, quello della “governabilità” e della corruzione. Bobbio tentò a lungo di mantenere la speranza nel Psi. Tu come ricordi il suo impegno per una sinistra unitaria e post comunista, che lo spinse alla rottura con il Craxi-due, e alla speranza nel Berlinguer della questione morale?

MR: La fine della speranza in un qualche progetto politico avviene in verità per Bobbio già alla fine degli anni Sessanta, quando abortisce l’unificazione tra Psi e Psdi nel Psu. “Il fallimento di questa esperienza fu così grave da lasciarmi senza fiato” – confesserà nell’autobiografia -. “Decisi che quando agivo in politica, sbagliavo, o almeno avevo la vocazione per le cause sbagliate”. Certo, la svolta “autonomista” del Psi alla metà degli anni Settanta lo affascinava. Una sinistra emancipata dal doppio dogmatismo cattolico e comunista (dalle due chiese contrapposte ma simmetriche) era stata nei sogni degli antichi fautori di una “rivoluzione democratica” come soluzione dei vizi storici italiani. Ma si rivelò, appunto, un sogno. Craxi non era un leader, era un “padrone” del partito con tentazioni cesaristiche. L’articolo di Bobbio su “La Stampa” contro la Democrazia dell’applauso, in cui stigmatizzava spietatamente la deriva plebiscitaria del Psi, segna una rottura inequivocabile. E l’adesione convinta alle tematiche della “questione morale” non solo di Bobbio ma di tutto quel gruppo che proveniva dal Partito d’azione, come Galante Garrone, Vittorio Foa, Giorgio Agosti, Giulio Einaudi, ne è la dimostrazione.

PFd’A: Il momento di un partito nuovo sembrava arrivato alla fine dell’89, dopo la caduta del Muro e con la svolta della Bolognina. Bobbio non si limitò a fare l’osservatore. Mandò infatti la sua adesione alla manifestazione della sinistra dei club del 10 febbraio 1990 al Capranica con queste parole: “Cari amici, non posso essere presente alla manifestazione perché sto partendo per gli Stati Uniti. Sono pienamente d’accordo con voi sulla necessità di dar vita a una nuova sinistra che si ispiri, come dite bene, a una visione laica della politica”. Chiese “un’analisi franca, oggettiva, spietata, sulle cause della disfatta (dell’intera sinistra)–perché proprio di una disfatta si tratta –, l’“abbandono di ogni patriottismo di partito” e un ricambio radicale (“credo che occorrano uomini nuovi”). E concluse: “La creazione di una nuova sinistra oggi, nel deserto d’idee della politica quotidiana, è una magnifica avventura”, ammonendo che “il passo più difficile è quello dalle parole ai fatti”. Che ricordi hai di Bobbio in quei momenti cruciali?

MR: Se devo essere sincero, ricordo un Bobbio in lento, silenzioso allontanamento dalla politica. I suoi scritti più significativi degli anni Novanta sono tutti di carattere morale. Si pensi al “De senectute”. Si pensi soprattutto a quello che io considero il più bel testo del Bobbio maturo, il più vero: “L’elogio della mitezza”, “la più impolitica delle virtù”. Quella che consiste nel “lasciar essere l’altro quello che è”, la forma più estrema del rispetto dell’altro. L’opposto dell’”arroganza”, della “protervia” e della “prepotenza”, le doti (o i vizi) prevalenti tra i politici, che vedeva dilagare nell’Italia avviata alla “Seconda repubblica”. Hai fatto bene a citare quella frase finale: “Il passo più difficile è quello dalle parole ai fatti”. Il Bobbio più recente ha l’immagine di un’Italia preda dei suoi vizi storici, un’Italia “irredimibile” per via politica. Scriverà esplicitamente che dal trauma di quella terribile caduta consumatasi nella prima metà degli anni Novanta con l’avvento di Berlusconi – di quella vera e propria “disfatta”, come la definì – egli non si riprese mai.

PFd’A: Bobbio sul piano culturale è sempre stato un positivista giuridico e un neoilluminista. In questo mi sembra più attuale che mai. La norma non si dà in natura, nasce da una decisione umana. E anzi, alla sua origine (la Grundnorm di Kelsen) vi è un fatto politico (per l’Italia repubblicana, la Resistenza). Sulla scia di Hume, Bobbio ha sempre ribadito come non sia logicamente possibile un passaggio dall’essere al dover essere. Anche se questo comporta il rischio del nichilismo. Oggi verrebbe accusato di “scientismo”, eppure la sua battaglia neoilluminista la condusse assieme al massimo esistenzialista italiano, Nicola Abbagnano. Tenere fermissimi, con Bobbio, scienza e finitezza dell’esistenza, Hume e Kelsen, mi sembra possa costituire un antidoto più che mai necessario per una cultura di sinistra in balìa dei vari heideggerismi, habermasismi ed ermeneutiche.

MR: Bobbio è sempre stato un neopositivista, o meglio un “anti naturalista”: la natura non può essere legislatrice nel campo sociale e politico. Lo stato di natura è, hobbesianamente, disordine, invivibilità, conflitto di tutti contro tutti. L’Ordine umano non può che essere “costruito” sopra e oltre la Natura. Possibilmente in modo “razionale”. In ciò la Scienza ha un ruolo fondamentale come metodo, non come nuovo legislatore. Per questo Bobbio non è uno “scientista”: non accetta l’idea di un ordine umano vero rivelato per via scientifica (sarebbe una nuova forma di fallacia naturalistica). E’, se vogliamo dare etichette, un “contrattualista”. Crede in una costruzione dell’ordine umano per via logica e dialogica. Attraverso l’elaborazione razionale di un modello condiviso (e provvisorio) di ordine sociale. In questo senso il suo discorso è un antidoto a tutte le forme di sostanzialismo politico. A tutte le idee di un ordine definitivo, rispondente a una qualche verità assoluta.

PFd’A: Mi sembra che nell’impegno civile e culturale di Bobbio non siano mancate le contraddizioni. La sua impostazione esclude, logicamente, ogni morale naturale. Ma poi sull’aborto prende una posizione non lontana da quella delle gerarchie cattoliche: “Una volta avvenuto il concepimento, il diritto del concepito può essere soddisfatto soltanto lasciandolo nascere (…) mi stupisco che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere”.Insomma, l’aborto è un omicidio, l’ovulo fecondato è, fin dal primo istante, una persona umana a tutti gli effetti. Una posizione che sfida ogni evidenza scientifica, etica, giuridica, psicologica (se l’aborto è un omicidio, date le dimensioni del fenomeno è più grave dell’Olocausto, ma chi davvero considera la donna che ha abortito alla stregua di un Ss che getta un bambino ebreo nel forno crematorio? Nemmeno il più feroce integralista di Cl, spero, e certamente non Bobbio). Ho sempre pensato che questa caduta mistico-reazionaria facesse il paio con un’altra contraddizione, il suo pacifismo integrale, il “non ucciderai” sempre e comunque, che se praticato sul serio condannerebbe anche i volontari democratici in Spagna, e la Resistenza.

MR: Ti stupirò, ma io sono d’accordo con le posizioni prese allora da Bobbio sulla questione dell’aborto. In quella presa di posizione c’era una reazione, una forma di resistenza, al modo in fondo superficiale, e facilone, alle forme del linguaggio e dell’argomentazione, con cui i fautori del legge 194 affermavano le proprie ragioni, quasi che le cose fossero perfettamente chiare, prive d’implicazioni morali. Come se trattando di embrioni, e vite non nate si parlasse di cose, di oggetti, disponibili senza problemi da parte dei loro “possessori”. Bobbio, al contrario, sottolineava il carattere tragico – comunque tragico – di quelle scelte. Riproponeva l’idea – radicata profondamente nel suo stesso sistema di pensiero – che nelle alternative vere, quando si è chiamati a scegliere, qualcosa comunque si sacrifica. Figuriamoci quando ciò coinvolge i temi della vita e della morte. Certo, scegliere si deve. Ma non c’è scelta innocente. Non si sceglie il Bene contro il Male. Nella maggior parte dei casi – e l’aborto è uno di questi, per certi versi il più emblematico – si è costretti a scegliere tra due mali. Questo io credo che volesse ricordare Bobbio ai laici, che nella passione della battaglia sembravano averlo dimenticato.

PFd’A: In uno dei suoi ultimi testi, primavera del 2000, dal titolo “Religione e religiosità”, pubblicato sull’Almanacco di filosofia di MicroMega dedicato a Dio, un testo intensissimo sia sotto il profilo teoretico che autobiografico, quasi un “testamento”, scriveva: “Non sono un uomo di fede, sono un uomo di ragione e diffido di tutte le fedi, però distinguo la religione dalla religiosità”, che consiste nel “profondo senso del mistero”. Un mistero impenetrabile, ripete la parola più volte e la vuole sottolineata. Il testo è una critica radicale del carattere consolatorio di ogni ipotesi di immortalità e vita eterna, e della teologia cattolica che non ha mai potuto affrontare seriamente il problema del male (che la giustizia di Dio sia “ineffabile” o “imperscrutabile” gli sembra un’ingiuria alla razionalità: “Sull’ineffabile non si può dire nulla”). Ma a questo punto taglia corto con un tassativo: “Mi fermo qui. Non voglio andare oltre. Non per reticenza. Ma mi sono posto una regola a cui continuo a credere: non si deve dare scandalo”. Mi sembrò, e continua a sembrarmi, una risposta criptica, al limite dell’ambiguità.

MR: La conclusione di quello splendido testo, appartenente anch’esso al Bobbio più intenso, e drammatico – quella che tu chiami “ambiguità” e che io definirei “ambivalenza” – ha a che fare più che con la sua concezione della Fede con la sua idea di Ragione. Il Bobbio razionalista, neoilluminista, positivista logico, ha un’idea “limitativa” di Ragione. Attribuisce ad essa una sorta di “sovranità limitata” nell’immenso regno del “mistero”. “Non ho mai avuto la tentazione di sostituire la Dea Ragione al Dio dei credenti. Per me la nostra Ragione non è un lume: è un lumicino. Ma non abbiamo altro per procedere nelle tenebre da cui siamo venuti alle tenebre verso le quali andiamo”, scrisse Bobbio in un saggio intitolato “Capire prima di giudicare”. Appunto, tentare di squarciare quelle tenebre fuori dal raggio breve della nostra flebile Ragione, quello gli sembrava il vero peccato capitale per l’intellettuale laico: farsi profeta, guru, illusionista. Sostituire al linguaggio sorvegliato dell’analisi razionale i propri fantasmi interiori o le proprie emozioni, speranza o paura che siano. In questo – è il senso della sua “lezione” –, consiste per l’uomo di cultura il vero “dare scandalo”.

Le foto sono tratte da: Centro de Estudos Norberto Bobbio
postato da: glcircolo alle ore 00:02 | link | commenti
categorie: giellismo e azionismo, storia della sinistra
martedì, 24 novembre 2009

Dal blog del Circolo Rosselli: Io e Lombardi

Il Circolo Rosselli di Milano ci autorizza cortesemente a riproporre questo testo di Peppe Giudice apparso nel suo blog. Lo facciamo volentieri non solo per ricordare con Ricccardo Lombardi una delle grandi figure del filone azionista e socialista democratico in Italia, ma anche per il modello di essere a sinistra che questo testo propone, fatto di valori, di tradizione (anche familiare), di rapporto col territorio, ma soprattutto di comportamenti, di essere e di fare. Con piacere lo proponiamo all'attenzione di chi ci legge, ringraziando e salutando i compagni del Circolo Rosselli.

Riccardo Lombardi 01
Io e Riccardo Lombardi


Quando gli chiesero: “che cosa lei ha imparato dalla vita?” Riccardo Lombardi rispose: “ad essere onesto!” Ed in questa frase è racchiusa l’essenza di quest’uomo, molto lontano dai canoni tipici del politico italiano. Lombardi era veramente onesto, moralmente, intellettualmente, nel suo profondo rigore politico ed intellettuale, nel suo costante anticonformismo ed antidogmatismo. Un rigore mai ostentato ad atteggiamento di “diversità” o superiorità morale ed antropologica inteso come tratto distintivo di un partito. Egli diceva sempre che i partiti sono solo degli strumenti per realizzare degli ideali o dei progetti politici: sono importanti, ma non sono l’assoluto.
Una onestà che gli ha portato sempre ad avere ragione nei momenti salienti della storia della sinistra e del PSI. Ebbe ragione nel 1948 quando si oppose, con Fernando Santi e Vittorio Foa, al Fronte Popolare voluto da Nenni e Morandi, ed alla accettazione del PSI dello stalinismo e del mito dell’URSS.
Ebbe ragione, nel 1956, contro Togliatti (di cui forse è stato il critico più radicale), quando definì una Rivoluzione l’insurrezione degli operai e studenti di Budapest, in nome del socialismo e della democrazia, contro il comunismo al potere, insurrezione repressa dalle truppe sovietiche. Lo stesso Nenni potè rompere con la politica frontista (che sacrificava l’autonomia socialista) e schierarsi con gli operai ungheresi contro l’URSS (e contro Togliatti), anche per il prezioso lavoro di riflessione teorica compiuto da Lombardi che costruiva su solide fondamenta culturali il concetto di autonomia socialista nella sinistra. Autonomia che Lombardi non concepiva come contrapposizione frontale rispetto al PCI, ma come elemento di distinzione prezioso in quanto elemento dialettico imprescindibile per una evoluzione complessiva dell’intera sinistra che doveva, tutta intera, emanciparsi dalla sudditanza rispetto all’URSS. Di qui il termine a-comunista con il quale Lombardi definiva l’essenza del PSI: una dialettica dei distinti e non degli opposti nella sinistra. C’è da aggiungere che ne Nenni, né lo stesso Saragat si sono mai definiti anti-comunisti. Quest’ultimo ha sempre detto: non sarò mai anticomunista, resterò sempre socialista. Questo per far capire che cosa è stata realmente la storia socialista ai tanti post-craxiani ignorantelli.

Ebbe di nuovo ragione Riccardo quando concepì la prima politica di centro-sinistra. Capì che nel mondo cattolico, dopo l’inizio della distensione EST-Ovest, stava crescendo una sinistra interna favorevole ad un ampio disegno riformatore, dopo il conservatorismo centrista.

Quella intuizione di Lombardi aprì in effetti la stagione riformatrice più importante dell’Italia repubblicana. Nazionalizzazione delle fonti energetiche, statuto dei lavoratori, sistema pensionistico a ripartizione, scuola media unica, politica di programmazione. Molte di queste azioni riformatrici furono poi contraddette paradossalmente dal centro-sinistra di Prodi e D’Alema nella II Repubblica.

Ebbe infine ragione quando contestò l’involuzione della politica di centro-sinistra e fondò la nuova Sinistra Socialista dopo la sciagurata scissione del PSIUP. Quando la DC si oppose alla riforma urbanistica fortemente voluta da Lombardi e dai socialisti (ma anche da Fanfani e la sinistra DC) e Fanfani fu sostituto da Moro alla guida del governo, egli comprese che si voleva iniziare a snaturare il significato originario della politica di centro-sinistra e passò all’opposizione nel partito. C’è da dire (e lo ripeto) che per quanto il primo centro-sinistra fu una politica dimezzata, essa ha realizzato riforme rimaste ineguagliate in tutta la storia repubblicana.

Lombardi di iniziale matrice cattolica aveva poi militato nel Partito Socialista Unitario di Turati e Treves e quindi aderito a Giustizia e Libertà di Carlo Rosselli e fu tra i fondatori del Partito D’Azione (che poi confluì in larga parte nel PSI).
Qui voglio mettere una nota più personale che riguarda un po’ la storia della mia famiglia.
Io ho avuto entrambi i nonni (quello paterno e quello materno) socialisti.
Mio padre e mia madre provengono da due piccoli paesini (fra di essi distanti 7 Km) a poco più di trenta chilometri da Potenza, nel cuore della Lucania.
Mio nonno paterno dopo aver combattuto l’ultimo anno della I guerra mondiale, restò a lavorare (era operaio muratore) nel trentino dove si iniziava la ricostruzione. Lì entrò in contatto con operai di fede socialista e partecipò ad un comizio di Matteotti a Rovereto (questo fatto me lo raccontava sempre con grande orgoglio).

Tornato al paese iniziò a parlare di queste idee nuove ai compaesani che lo soprannominavano “il polentone” (perché essi ritenevano che gli ideali socialisti fossero roba da “polentoni”).
Mio nonno materno aveva due fratelli, più giovani di lui, irriducibili antifascisti. Con notevoli sacrifici si erano laureati (uno in lettere e l’altro in matematica) ma non potettero lavorare perché rifiutarono sempre di prendere la tessera fascista (e nel profondo sud era molto difficile essere antifascisti) e dovettero limitarsi a fare lezioni private, il più giovane a Potenza e l’altro a Salerno dove si trasferirono dal loro paesino.
In Lucania c’erano diversi confinati politici antifascisti. I più noti sono stati Carlo Levi e Manlio Rossi Doria, entrambi del Partito D’Azione. A costoro facevano capo molti antifascisti lucani.
Per cui gli zii di mia madre si avvicinarono al P. Daz.
Il più giovane degli zii (professore di lettere che stava a Potenza) andò in guerra in Montenegro e dopo l’armistizio il suo battaglione si unì ai partigiani comunisti di Tito contro i tedeschi. Mio zio fu ferito gravemente ed il governo iugoslavo successivamente gli conferì la medaglia di bronzo.

Tornato in Italia trascinò mio nonno (che era sempre stato di idee antifasciste ma non poteva manifestarle perché doveva mantenere ben otto figli) nel Partito D’Azione e sia lui che mio nonno furono nominati nel CLN lucano.
Mio nonno e suo fratello conobbero quindi bene Riccardo Lombardi già nel 1946 quando egli fu nominato segretario nazionale del Partito D’Azione e lo seguirono quando decise (insieme a Foa, De Martino, Brodolini, Vittorelli e tanti altri) di confluire nel PSI nel 1947.
Era il periodo dell’occupazione delle terre nel sud. In Lucania la gente era affamata con una grande quantità di terra incolta ed abbandonata dai latifondisti.
I paesi di origine dei miei genitori sono vicini a Tricarico, il paese dove un giovane poeta e sindaco socialista, Rocco Scotellaro guidava la lotta per la terra. Entrambi i miei nonni divennero suoi sostenitori.
Finito quel periodo, mio nonno materno si trasferì con tutti i figli a Potenza, divenendo funzionario della Federazione Socialista, dove per molti anni fu segretario amministrativo.
Mio nonno era seguace di Lelio Basso, altro grande straordinario intellettuale e dirigente socialista, dopo la scissione del PSIUP, egli aderì quindi alla nuova sinistra socialista promossa per l’appunto da Lombardi, Fernando Santi ed Antonio Giolitti.
Per lui fu bello ritrovarsi con Riccardo, per la comune radici azionista e la lontana frequentazione. Ricordo (anche se ero molto piccolo) che quando pronunciava il nome di Lombardi lo faceva con grandissimo rispetto e deferenza, per le altissime qualità morali ed intellettuali di quel dirigente eterodosso del PSI e della sinistra.
Questo rispetto per la figura di Lombardi lo imparai fin da bambino.
Più tardi, nel 1972, a 16 anni mi avvicinai al gruppo del Manifesto. Ma quell’aria da sagrestia PCI molto togliattiana portata soprattutto da Magri (Pintor era più creativo) non mi piaceva a pelle (anche se allora non ne capivo un gran che) e mi iniziarono ad interessare seriamente le posizioni dell’allora nato Pdup di Vittorio Foa e Silvano Miniati. I miei zii parlavano molto bene di Vittorio Foa che è sempre stato molto legato a Riccardo Lombardi in virtù della stessa matrice di socialisti in Giustizia e Libertà.

Ma quando Foa e Miniati decisero di unificarsi con il Manifesto (in realtà l’unificazione durò poco più di due anni. Foa e Magri erano all’opposto) mi iscrissi alla FGSI (con grande gioia dei miei zii) che allora era sulle posizioni di Riccardo Lombardi. Era il 1974 (poco prima del referendum sul divorzio).
Poi negli anni 80 prese quella piega che sappiamo e che lo portò alla disfatta.

Ma rimasi fino alla fine nel Psi, anche se alla fine degli anni 80 il partito non lo riconoscevo più. Come non lo riconoscevano molti militanti socialisti. In verità a sinistra mancò una valida alternativa alla politica craxiana. Il PCI dopo Berlinguer non fu capace di elaborare proposte convincenti. Giocò di rimessa nella speranza che si incrinasse il rapporto DC-PSI (D’Alema e Veltroni, già pensavano di dover sostituire il PSI nel rapporto con la DC).
La sinistra socialista dopo la morte di Lombardi di trasformò in “sinistra ferroviaria” sotto la guida levantina di Claudio Signorile e fece l’opposizione di sua maestà a Craxi. L’unica vera opposizione nel PSI fu quella del “craxiano di sinistra” (peraltro molto lontano da Lombardi) Rino Formica.
Tirando le somme, io credo che se il PSI e l’intera sinistra italiana avessero dato retta di più a Lombardi, le cose sarebbero andate diversamente.

Ma Lombardi era un personaggio scomodo per il PSI e per il PCI. Perché era uno che non amava i tatticismi fini a se stessi, il politicismo becero, i conformismi e le distorsioni della propaganda, il dogmatismo ideologico. Era un eterodosso nella politica e nella ideologia.

Nella sua visione confluiscono e si integrano perfettamente la concezione riformatrice e libertaria del socialismo di Rosselli, l’idea della transizione democratica al socialismo dell’Austro-Marxismo (Otto Bauer e Rudolf Hilferding), le suggestioni radicali e libertarie di Rosa Luxemburg, il pensiero economico della scuola post-keynesiana di Cambridge (Joan Robinson, Nicholas Kaldor) di cui era attento studioso, la critica socialista al comunismo realizzato del gruppo francese “Socialismo ou Barbarie” diretto da quello che è stato forse il più grande filosofo della politica della II metà del 900: Cornelius Castoriadis.
La sua lettura di Marx era totalmente fuori da schemi rigidi. Egli rifiutava apertamente l’influenza hegeliana su Marx. Diceva spesso che bisognava liberare l’enorme potenziale critico del pensiero di Marx dalle maglie della dialettica e della filosofia della storia deterministica di Hegel.
Non a caso gli piacevano i Grundrisse : quei frammenti da cui viene fuori un Marx inesplorato che Lombardi interpretava liberamente. In particolare gli piaceva l’intuizione lì contenuta della non-neutralità del progresso tecnologico; Riccardo diceva sempre che “non esistono catene di montaggio socialiste”. Diceva che l’anima di Marx è la critica all’economia politica e critica all’ideologia che può essere utilizzata per criticare il marxismo stesso.
Ora, uno che ragiona in tal modo è mal visto da chi ha una visione clericale dell’ideologia, dai sacerdoti immutabili dell’ortodossia. Lombardi criticava apertamente il concetto di “democrazia progressiva” di Togliatti. Lo riteneva una variante occidentale del concetto di “democrazia popolare” dell’est europeo. Lo criticava perché impediva l’emergere di un pluralismo reale e libero nella società che veniva soffocata dall’azione totalizzante dei partito o del partito egemone. Ragion per cui criticò il compromesso storico. Lombardi era convinto che i partiti dovessero avere un ruolo essenziale nella democrazia ma non essere i titolari esclusivi dell’azione politica. Pensava che i movimenti fossero essenziale per una democrazia aperta in grado di esercitare un ruolo di rinnovamento della politica e dei partiti.

Ma Lombardi non era sopportato da un grosso pezzo del suo stesso partito. Mio zio mi diceva che spesso lo chiamavano “l’uccello del malaugurio” per le sue analisi che mettevano in evidenza delle criticità che un certo ottimismo di maniera non era in grado di vedere.
Ma soprattutto era odiato, nel PSI, da quello che Nenni chiamava “il partito degli assessori” , il ventre molle governista del PSI e la vera ragione della sua disfatta, dato che esso condizionò notevolmente lo stesso Craxi nonostante il suo bonapartismo.

Non è un caso che Riccardo fosse amato più all’estero che in Italia. Soprattutto in Francia dove si formò una scuola di sua diretta derivazione. Basti pensare a grandi intellettuali della sinistra e del socialismo francese come Martinet o Gorz; o alla collaborazione di Lombardi con la stessa rivista “Socialisme ou Barbarie”. Ma era amato anche dalla sinistra laburista inglese e dagli Jusos tedeschi (i giovani socialisti della SPD).
Ma Lombardi è straordinariamente attuale. Il più attuale di tutti i leader storici della sinistra, sia socialisti che comunisti.
Aveva lucidamente previsto la crisi della socialdemocrazia tradizionale già negli anni 70. Aveva sempre detto che il comunismo realizzato non era affatto socialismo ma un capitalismo di stato fondato sul potere incondizionato di una borghesia burocratica.
Il crollo del comunismo e il venir fuori dei limiti della socialdemocrazia, gli danno pienamente ragione.
Ma c’è un altro elemento di grandissima lucidità e preveggenza nel suo pensiero. La capacità di concepire, già agli inizi degli anni 70, le ragioni della crisi ecologica, dell’impossibilità di protrarre ritmi di crescita costante come quelli degli anni 50 e 60. Per cui il socialismo non si poteva certo fondare come diceva la ingenua volgarizzazione del marxismo, sullo sviluppo illimitato delle forze produttive. Il socialismo, al contrario, esigeva un diverso modo di produrre e di consumare: “i socialisti vogliono una società più ricca, perché diversamente ricca” diceva.
L’idea del socialismo del XXI secolo non può prescindere da tutte le grandi riflessioni fatte da Lombardi sulla democrazia, su socialismo e libertà, sui limiti dello sviluppo.
Nencini lasciamolo al suo destino. Lui non ha interesse a ricostruire al sinistra ma solo ad avere qualche strapuntino dal PD. Ma nella ricostruzione della sinistra i socialisti devono starci e starci bene. I socialisti come li intendo io non sono un ceto politico (che Lombardi non sopportava) da riciclare, ma passione, idee e militanza che come dimostra la storia di un gigante come Riccardo, sono indispensabili alla sinistra. A meno che qualche pazzo non voglia dare la titolarità della sinistra italiana ad una mediocre clonazione politica mal riuscita, come Ferrero. Proprio questo non lo meritiamo.

PEPPE GIUDICE

lunedì, 23 novembre 2009

Appuntamenti Italia / Milano, il libro di Licia Pinelli

UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI MILANO BICOCCA
Facoltà di  Scienze della Formazione
Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa”
Piazza Ateneo Nuovo 1

 
GPinelli.jpgPresentazione del libro

Una storia quasi soltanto mia
di Licia Pinelli e Piero Scaramucci

 Una occasione di riflessione sul passato utile al presente

Martedi 24 novembre - h.10.00
Edificio U7 Aula 1- piazza Ateneo Nuovo 1, Milano

 

Introduzione di Ottavia Albanese e Andrea Saccoman
Presentazione di Piero Scaramucci
Interventi di Roberto Moscati e Carlo Smuraglia

Licia Pinelli risponde alle domande dei partecipanti
Riflessioni conclusive di
Marcello Cesa-Bianchi

Con la collaborazione dei colleghi delle Facoltà di Giurisprudenza, Psicologia, Sociologia.

Appuntamenti Italia / Roma, un libro e un film su Guido Rossa

GUIDO ROSSA

 

presentazione del libro di Paolo Andruccioli «Il testimone»
e del film di Giuseppe Ferrara «Guido che sfidò le Brigate Rosse»

Roma, martedì 24 novembre, ore 17.30
Libreria Bibli, via dei Fienaroli 28

Partecipano
Giancarlo De Cataldo - magistrato e scrittore
Valentino Parlato - direttore de "il manifesto"
Gianni Rinaldini - segretario generale della Fiom Cgil

Saranno presenti l’autore del libro e il regista del film

 

A trent’anni dall’uccisione di Guido Rossa per mano delle BR a Genova, torniamo a raccontare quei fatti per la loro importanza storica e per il messaggio politico e morale che contengono. La morte di Guido Rossa è stata uno spartiacque nel percorso di sangue del terrorismo «rosso»: per la prima volta le pallottole brigatiste uccidevano un operaio, delegato del Consiglio di fabbrica, iscritto al PCI, accusato di essere una «spia berlingueriana». Ma la decisione di Guido Rossa di denunciare Berardi (Cesare), il «postino» delle BR all’Italsider, ha rappresentato anche uno spartiacque nella storia della militanza politica. Dal quel 24 gennaio 1979, a un anno dall’assassinio di Aldo Moro, lo slogan «Né con lo Stato, né con le BR» che aveva avuto per alcuni anni una certa fortuna, venne cancellato per sempre.

Paolo Andruccioli, giornalista, lavora a Rassegna Sindacale, dopo essere stato caporedattore del quotidiano il manifesto e poi dell’agenzia di stampa «Redattore sociale».
 

Il film
Guido che sfidò le Brigate Rosse
di
Giuseppe Ferrara

È il ritratto di un italiano fuori del comune e non solo per la morte cui andò incontro. Guido Rossa era un operaio con un talento meccanico spiccatissimo e un impegno politico e sindacale altrettanto forte. In fabbrica, scrive Morando Morandini nel commento al film, «praticò la sua vocazione di consigliere e amico degli uomini. Basta vedere nel film come reagisce Massimo Ghini, nei suoi panni, all’insulto di spia, per aver denunciato un altro operaio che distribuiva i volantini delle BR in fabbrica. Bel modo di ragionare, dice Massimo Mila nella commemorazione tenuta a Torino nel 1982: un operaio non deve denunciare un altro operaio, un banchiere un altro banchiere, cane non mangia cane, lupo non morde lupo. Questa teoria ha in Italia una lunga storia e un nome preciso: camorra, mafia, spirito di corpo, e nega i valori della verità e della giustizia». Diretto da Giuseppe Ferrara nel 2007, il film si avvale della partecipazione di Masimo Ghini, Anna Galiena, Gianmarco Tognazzi, Elvira Giannini, Mattia Sbragia.

Giuseppe Ferrara, regista, ha diretto, tra gli altri, i film: Il sasso in bocca, Il caso Moro, Giovanni Falcone, Segreti di Stato, I banchieri di Dio.

Info
Ufficio stampa Casa editrice Ediesse _Carla Pagani
Via di Porta Tiburtina 36 - 00185 Roma
tel. 06 44870286 cel. 338 1143059
ufficiostampa@ediesseonline.it
www.ediesseonline.it

domenica, 22 novembre 2009

Appuntamenti Italia / Vercelli, Torino: tre giornate per Alessandro Galante Garrone

Alessandro Galante Garrone
1909 – 2003

Alessandro Galante Garrone 03
Vercelli, 24 novembre 2009
Torino, 25 e 26 novembre 2009

VERCELLI, 24 NOVEMBRE 2009
Cripta di Sant’Andrea, Corso Alcide De Gasperi
ore 15.00-19.00

L’AMBIENTE FAMILIARE E LA PRIMA FORMAZIONE CULTURALE

Saluti delle autorità e del comitato promotore
Coordina: Edoardo Tortarolo - Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”.

Giusi Baldissone – Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”, L’occhio di Virginia. La famiglia Galante Garrone dai diari dell’infanzia ai romanzi di memorie;
Luigi Lacché - Università degli Studi di Macerata, La magistratura “civile”. Un profilo giuridico-istituzionale di una famiglia di magistrati;
Paolo Soddu - Università degli Studi di Pavia, La cultura politica a Vercelli tra la prima guerra mondiale e gli anni venti.


TORINO, 25 NOVEMBRE 2009
Archivio di Stato, Piazzetta Mollino
ore 15.00 -19.00

GLI ANNI UNIVERSITARI, GL E LA RESISTENZA, LA MAGISTRATURA

Coordina: Gastone Cottino, professore emerito dell’Università degli Studi di Torino

Pier Giorgio Zunino – Università degli Studi di Torino, I maestri di un maestro;
Aldo Agosti - Università degli Studi di Torino, Galante Garrone e il gruppo torinese di GL nella cospirazione e nella Resistenza;
Paolo Borgna – Magistrato, Il magistrato: dalla scuola di Peretti Griva alle battaglie degli anni ’50;
Riccardo Marchis – Istituto Storico per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea “Giorgio Agosti”, L’archivio di Alessandro Galante Garrone;
Manuela Albertone - Università degli Studi di Torino, Alessandro Galante Garrone, Franco Venturi e Filippo Buonarroti: storie e documenti nuovi.


Teatro Gobetti, Via Rossini, 8 - ore 21,00


Alessandro Galante Garrone, un profilo a più voci

Coordina Paolo Borgna
Interventi di Mario Calabresi, Franzo Grande Stevens, Gustavo Zagrebelsky.
Letture di Carlo Roncaglia e Enrico Dusio.


TORINO, 26 NOVEMBRE 2009
Aula Magna dell’Università, via Verdi 8
ore 15.00-19.00

LO STORICO E L’EDUCATORE CIVILE

Coordina: Massimo L. Salvadori, professore emerito dell’Università degli Studi di Torino.

Luciano Guerci, professore emerito - Università degli Studi di Torino, Galante Garrone interprete della Rivoluzione francese;
Anna Maria Rao – Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Galante Garrone e la storiografia francese;
Giuseppe Ricuperati – Università degli Studi di Torino, Venturi, Galante Garrone e il neo-Illuminismo degli storici torinesi;
Emma Mana – Università degli Studi di Torino, Gli studi sui radicali italiani;
Cosimo Ceccuti - Università degli Studi di Firenze, Galante Garrone e Spadolini: un dialogo sull’educazione civile.

Cent’anni fa nasceva a Vercelli Alessandro Galante Garrone, magistrato, antifascista, giornalista, docente universitario.
La sua indiscussa dirittura morale, la sua attività, i suoi studi hanno fatto di lui uno dei protagonisti della vita culturale di Torino del secolo scorso.
Le tre giornate a lui dedicate vogliono essere omaggio alle sue opere e alla sua vita.

COMITATO PROMOTORE
Sergio Roda
Paolo Garbarino
Aldo Agosti
Gastone Cottino
Claudio Dellavalle
Ester De Fort
Vincenzo Ferrone
Giancarlo Jocteau
Umberto Levra
Riccardo Marchis
Edoardo Tortarolo
Marica Bertolotto
Gabriela Cavaglià
Claudio Borio
 

sabato, 21 novembre 2009

Appuntamenti Roma/ Convegno internazionale sulla secolarizzazione

LA SECOLARIZZAZIONE IN EUROPA

CONVEGNO INTERNAZIONALE

 

Roma, 27 e 28 Novembre 2009. Presentazione del nuovo indice di secolarizzazione in Italia a cura della Cgil-Ufficio Nuovi diritti Nazionale e della fondazione Critica liberale

Nell'occasione sarà presentato il
Quinto rapporto sull'Indice di secolarizzazione in Italia

a cura di Critica liberale e dellÂ’Ufficio Nuovi diritti CGIL nazionale


Organizzato dalla Fondazione Critica Liberale in collaborazione con l'European Liberal Forum.

Roma, 27-28 Novembre 2009

Programma

Venerdi 27 Novembre 2009


Sala del Refettorio - Biblioteca della Camera dei Deputati, Via del Seminario 76, Roma

14.30 REGISTRAZIONE

15.00 SALUTI DI BENVENUTO

INTRODUZIONE

Thierry Coosemans, Membro del board, European Liberal Forum

Enzo Marzo, Presidente, Fondazione Critica Liberale

Maria Gigliola Toniollo, Responsabile nazionale CGIL – Ufficio nuovi diritti

Carlo Cosmelli, Coordinatore della Consulta Laica di Roma

Presentazione del quinto rapporto sulla Secolarizzazione in Italia

Silvia Sansonetti, Fondazione Critica Liberale

RELAZIONI

Mario di Carlo, La laicità va in tribunale

Piergiorgio Donatelli, Laicità, liberalismo e critica della cultura

Luigi Lombardi Vallauri, La mia vittoria a Strasburgo

Valerio Pocar, Secolarizzazione e laicità nelle scelte alla fine della vita

Marietje Schaake, Separazione tra Stato e Chiesa in una società pluralista. Il caso olandese.


Sabato 28 Novembre 2009


Biblioteca della Facoltà Valdese di Teologia

Via Pietro Cossa 42, Roma


9:00 Silvia Sansonetti, L'indice di secolarizzazione. La ricerca dall'Italia all'Europa

10.30 Coffee break

11:00 Il progetto di ricerca.

Discussione sul metodo e proposte per il 2010


Lingue del Convegno: Italiano/Inglese con traduzione simultanea

Contatti: Adelaide Tarantino, Fondazione Critica Liberale, Tel. +39 06 6796011 info@criticaliberale.it

Per partecipare al convegno è necessario registrarsi per ciascuna delle due giornate presso info@criticaliberale

Appuntamenti Italia / Cinisello Balsamo, a 40 anni da piazza Fontana

Alle ore 16.37 del 12 dicembre 1969 una bomba esplode nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana a Milano, provocando la morte di diciassette persone e il ferimento di altre ottantotto.
Il 15 dicembre muore  presso la Questura di Milano Giuseppe Pinelli, quella che verrà definita la diciottesima vittima della strage.
Insieme a quelle vittime, quel giorno di quarant’anni  fa, muore l’innocenza di un Paese democratico che credeva nelle proprie istituzioni. Sarà l’avvio cruento di una guerra invisibile chiamata strategia della tensione.
 
La sezione di
Cinisello Balsamo dell’A.N.P.I. (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), organizza, con il patrocinio dell’Amministrazione Comunale, un’iniziativa pubblica in occasione del 40° anniversario della strage di Piazza Fontana.
 
Un momento di riflessione a tanti anni  da quella terribile strage, con l’intento di ricordare, ma soprattutto di osservare, da un punto di vista storico, i tragici accadimenti legati alla  strategia della tensione e alle stragi che per anni hanno insanguinato il nostro Paese determinando una svolta nel modo di fare politica e di percepire le istituzioni. Un approfondimento storico che abbia anche la capacità di parlare al presente, analizzando i livelli di conoscenza e di percezione diffusi nella società civile, in particolare nelle nuove generazioni.

 
Quarantesimo anniversario della strage di Piazza Fontana
 
Sabato 21 novembre 2009 – ore 16
Villa Ghirlanda Silva – via Frova, 10

 
STRAGI E STRATEGIA DELLA TENSIONE
dalle carte processuali all’approfondimento storico

 
Intervengono:
Luciano Fasano - Assessore alle Politiche Culturali del Comune di Cinisello Balsamo;
Aldo Sabino Giannuli - storico, già consulente della Commissione Bicamerale d’inchiesta sulle stragi;
Federico Sinicato - Avvocato di parte civile dei familiari delle vittime della strage di Piazza Fontana;
Dario Dossena - Attore.
 
Coordina
Felice Riccardi - Presidente dell’ANPI sezione di Cinisello Balsamo
 
http://anpicinisello.blogspot.com/
 
postato da: glcircolo alle ore 11:47 | link | commenti
categorie: appuntamenti, movimenti anni 60 e 70